Selenya: l'Ombra di Tlicalhua - Capitolo 10 - Melodia di Libertà

in #ita2 years ago (edited)

Mentre Nahua scendeva dalla corda con l’agilità di un gatto, le sembrò di udire qualcosa dall’imboccatura del pozzo: la voce di Xoku, prontamente soffocata da una mano. Forse la voleva salutare o magari confidarle i suoi sentimenti; l’unica cosa che avrebbe ottenuto sarebbe stato renderla un bersaglio perfetto per i loro nemici, rompendo il silenzio umido e pesante che aleggiava tra le pareti irregolari dello scavo.


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Xoku aveva un grande cuore, ma Nahua dovette ammettere che senza l’esperienza di Tepe e Ametl non sarebbe mai riuscita a superare il deserto delle ossa.

La ragazza atterrò senza fare il minimo rumore sulla roccia nuda; sfoderò un pugnale dalla cintura e tirò fuori un piccolo sasso da una bisaccia con la mano sinistra. La pietra splendeva di una spettrale luce bianca: un piccolo dono da parte del chierico del gruppo.

Per un attimo si vergognò: da quando si era svegliata aveva continuamente approfittato dei sentimenti del giovane accolito. La riempiva di attenzioni e regali che non rifiutava mai…

...nonostante non provasse nulla per lui. Si sentiva un'aguzzina ed un'approfittatrice.

Ma cosa ci si può aspettare da una ladra?

Sul fondo del pozzo l’aria aveva l’odore di muschio e terra smossa. Si diresse con decisione verso una spaccatura verticale nella parete di roccia: la fenditura si apriva su un corridoio angusto e irregolare, alto poco più di un metro e mezzo e largo una settantina di centimetri.

Continuò a percorrere il cunicolo per almeno un’ora. La pendenza andava mano a mano aumentando: qualunque fosse il posto dove i predoni si stavano dirigendo, era in alto e tra le montagne. Non era a suo agio: in un cunicolo così stretto non avrebbe avuto alcuna via di uscita. Non poteva far calare la concentrazione perché ogni singola distrazione poteva esserle fatale.

Proseguì la scalata per un’altra ora, coprendo la luce della pietra ad ogni movimento sospetto, tenendo le orecchie aperte a qualunque rumore; i suoi passi sulla roccia emettevano il suono di una tenda di raso che strusciava sul marmo. L’aria cominciava a rarefarsi; la fatica era tanta, ma i suoi compagni avevano fiducia in lei e non aveva intenzione di deluderli.

Dopo un’altra ora di cammino la ragazza ricominciò a respirare più facilmente: si stava finalmente avvicinando all'uscita. Aumentò l’andatura, ansiosa di lasciarsi alle spalle il ponderoso soffitto di roccia che aveva sopra la testa e abbracciare nuovamente il cielo.

Nahua raggiunse faticosamente la fine del tunnel: il sole era già calato ed il pallido chiarore violaceo della luna copriva le dune e le rocce del deserto.

La giovane ladra sorrise: la notte avrebbe nascosto i suoi movimenti e rallentato i riflessi dei suoi nemici. Abbassò il cappuccio e si avvicinò lentamente all'imboccatura, nascondendo la pietra di luce magica e muovendosi di ombra in ombra.

La situazione era peggiore di quanto pensava.

I briganti non erano un gruppo sparuto di tagliagole; erano organizzati in un accampamento a tutti gli effetti, costruito sulle macerie di un antico villaggio abbandonato dal clan delle Montagne.

Nahua era uscita dalla caverna passando dietro due guardie assonnate, aveva girato l'angolo e si era arrampicata sul tetto di un fienile diroccato. Si acquattò sulle macerie e fece un rapido conto dei fuochi da campo, delle voci e delle figure in ombra: non meno di una cinquantina di persone.

La cosa che più la disturbava era che il villaggio non ospitava solamente suoi compatrioti: certo, i Tlicalhua-kej costituivano la gran parte dei briganti, ma c'erano anche uomini alti e biondi dalla carnagione pallida, uomini bassi dai ricci capelli corvini, donne dai capelli rossi... persone che provenivano da ogni parte di Selenya. Erano tutti vestiti di nero, alcuni avevano degli amuleti o degli accessori di colore viola che sembravano risplendere di luce propria sotto i raggi malsani di quella luna aliena.

C'era qualcosa di terribilmente bizzarro e strano in quel gruppo eterogeneo, qualcosa che le fece rizzare i peli dietro la nuca; ma il suo lavoro non era ancora finito.

Cercò di individuare tra le persone accampate, qualcuno dei briganti che li avevano attaccati tre giorni fa. Ne trovò uno: se lo ricordava bene perché indossava una vistosa benda sul bicipite destro, una ferita inferta da lei stessa durante lo scontro. Stava parlando con altri due soldati. Nahua scese dal fienile e si diresse verso il loro bivacco: per un paio di volte incrociò delle guardie di pattuglia, ma riuscì a trovare entrambe le volte un pertugio dove occultare la propria presenza, tenendo la mano sui coltelli da lancio... pronta a colpire se le cose fossero andate per il verso sbagliato.

Fortunatamente, non vi fu la necessità di versare altro sangue.

Si nascose dietro un muro e cercò di origliare i loro discorsi.

"...vi giuro, sarà stato alto almeno tre metri ed indossava un elmo con le corna. Aveva gli occhi rossi e parlava una lingua sconosciuta. Un Demone vi dico! Ha tagliato in due il povero Phil con un fendente d'ascia, ed è uscito vincitore da uno scontro da solo contro tre dei nostri!" diceva l'uomo ferito.

Uno dei suoi interlocutori rise. "Ma certo Jaquel, e magari sputava fuoco dalla bocca e fulmini dalle natiche!"

"Piuttosto" si intromise il terzo. "Mi hanno detto che te la sei vista brutta contro una donna. Dimmi che è uno scherzo."

L'uomo chiamato Jaquel abbassò lo sguardo. "Era un demonio anche lei. Vi giuro, ad un certo punto ha cominciato a brandire quattro coltelli contemporaneamente! Combatteva con quattro braccia, ma solo una è riuscita a ferirmi!"

Gli altri due si guardarono brevemente negli occhi, poi irruppero in una fragorosa risata che durò per un buon minuto. Vennero interrotti dall'arrivo di un altro uomo: indossava una lunga tunica nera ed una cintura viola alla quale erano appesi diversi sacchetti di pelle. Alla luce del bivacco non riuscì a scorgere i suoi tratti, nascosti nell'ombra del cappuccio, ma vide che la sua pelle era color alabastro... quasi esangue.

Sembrava la pelle di un cadavere.

Quando si fermò di fronte ai tre soldati, tutti si zittirono e si alzarono in piedi sull'attenti.

Egli parlò con voce profonda: "Tu sei Jaquen vero? Ho bisogno di parlare con te."

Jaquen rabbrividì e cadde in ginocchio. "Vi prego comandante, vi giuro che ho combattuto dando tutto me stesso! Ma alla caverna ci siamo trovati contro un gruppo di demoni! Non potevamo fare altro che fuggire e..."

L'uomo pallido lo interruppe senza alcuna inflessione nel tono della voce: "Non mi interessa il combattimento. Voglio sapere chi sono i due prigionieri nella stalla."

Jaquen parlò senza rialzarsi: "Solo due viandanti di Porpuraria, comandante. Dicono di essere..."

Il comandante lo interruppe di nuovo. "Non qui. Seguimi."

Jaquen ed il comandante si allontanarono verso una grande tenda al centro dell'accampamento. Nahua ricordava di aver visto una stalla abbandonata, vicino al granaio sul quale si era arrampicata poco prima.

Sarebbe stato il suo prossimo obiettivo.

Di fronte alla stalla faceva la guardia un soldato dalla faccia annoiata; osservò la situazione cercando un modo per entrare senza metterlo in allerta. Vide che tra le tegole della tettoia c'era un buco, abbastanza grande da permetterle di calarsi all'interno del perimetro.


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Scavalcò facilmente la facciata posteriore della stalla e assicurò una delle sue corde utilizzando un rampino. Si sporse oltre il foro: sembrava che dentro non ci fosse nessuno, a parte un uomo ed una donna rannicchiati nell'angolo di una delle alcove dove una volta veniva lasciato il bestiame per la notte. La porta di accesso era stata ricostruita e rinforzata da sbarre di metallo e chiusa da una pesante catena ed un grosso lucchetto.

Nahua si calò dal tetto come un fantasma e si avvicinò ai due prigionieri senza emettere rumori.
Li fissò per un minuto, fino a quando la donna non si accorse di lei ed emise un lieve sussulto. Avvicinandosi notò che l'uomo aveva diversi lividi di percosse sul volto e sulle braccia mentre la donna, che in altre occasioni doveva essere bellissima, aveva gli occhi arrossati ed una guancia gonfia.

La giovane ladra abbassò il cappuccio e si avvicinò l'indice alla bocca, invitandoli al silenzio.
Poi, sussurrando, domandò freddamente, nella lingua comune: "Chi siete?"

Un po' spaesata, rispose la donna: "Noi... siamo due viaggiatori di Porpuraria. Siamo stati attaccati ed imprigionati mentre stavamo attraversando le montagne." Poi strinse gli occhi per cercare di vedere meglio al buio. "Tu... non sei uno dei nostri carcerieri. Chi sei?"

Nahua li osservò pensierosa: "Il mio nome per ora non è importante... ma Porpuraria è lontana ed i monti di Tlicalhua pullulano di predoni. Dove pensavate di andare?" poi aggiunse: "La vostra salvezza dipenderà da come mi risponderete."

La donna imprigionata deglutì rumorosamente. "E' la prima volta che varchiamo i confini del regno e non sapevamo che ci fossero dei predoni sulle montagne. Siamo in cerca di aiuto... abbiamo trovato un libro nella lingua di Tlicalhua e ci servirebbe qualcuno in grado di leggerlo, per questo ci siamo avventurati fino a qua e questi uomini ci hanno colto di sorpresa. Sono loro i predoni di cui parlavi?"

"Non sembrano uomini del Dragone, ma hanno attaccato anche noi." rispose.

"Chi sono gli uomini del Dragone?" chiese la donna.

"Tlicalhua-kej... abitanti del regno di Tlicalhua. Questi uomini sembrano forestieri." Si avvicinò alle sbarre. "Fatemi vedere questo libro".

La giovane prigioniera indicò con l'indice un tavolo poco distante, sul quale erano posati dei piatti sporchi, un bicchiere di acqua ed un libro consunto dalla copertina di pelle. Nahua lo raccolse e lo lesse velocemente. "..Si parla di una foresta e di una grotta sulla montagna... di nebbia e di un'iscrizione."

Nahua si schiarì la voce: "Quando il cielo di notte virerà verso l'ignoto, seguite le parole della profezia. Esse splendono nei colori degli dei e come gli dei sono legati dal filo del destino."

Alzò lo sguardo dal libro: "Vi dice qualcosa?"

I due prigionieri si guardarono negli occhi e l'uomo fece un cenno con la testa. La giovane donna prese la parola: "Ci dice molto... anche se non lo sappiamo interpretare esattamente, potrebbe aiutarci nel nostro scopo. Ma, perdonaci, se non fai parte dei nostri assalitori... non sarebbe meglio parlarne fuori di qui?"

Nahua meditò attentamente sul da farsi; avrebbe potuto prendere il libro e tornarsene dai suoi. Non aveva alcun legame con i due prigionieri e liberarli sarebbe stato estremamente pericoloso. Lei era un lupo solitario e questi due damerini l'avrebbero sicuramente rallentata. Era un suicidio e Nahua non poteva permettersi di morire.

Si voltò e fece per andarsene quando una voce nella sua mente le sussurrò all'orecchio.


Era la voce di una donna, una voce che le fece inumidire gli occhi: era la voce di sua madre.

"Tuo padre era l'uomo più coraggioso del mondo. Non avrebbe mai lasciato indietro chi era in difficoltà. Lui... era tutto per me."


Nahua si passò il dorso della mano sugli occhi, tirò fuori gli attrezzi da scasso e si avvicinò al lucchetto della cella: "Combattere contro tutto l'accampamento è fuori discussione. Fate silenzio e seguitemi: vi porterò dal mio gruppo e lì potremo parlare con tranquillità."

Nel silenzio della stalla, il lieve tintinnio del metallo suonava per Batina e Gano la soave melodia della libertà.

Selenya: Le sei Ombre della Luna


Le Sei ombre della Luna - immagine di @armandosodano

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Grazie mille :)

non so perchè mi dà tristezza!!!

Beh, la storia di Nahua è molto triste... ma allo stesso tempo, continua ad andare avanti e non si arrende di fronte a nulla ;)

ancora più pesante combattere con la tristezza perchè sai che andrà tutto male anche mettendoti in gioco

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