Selenya: l'Ombra di Tlicalhua - Capitolo 9 - Orme nella sabbia

in #ita2 years ago (edited)

PLIN.

Quando il caos smise di vorticare attorno agli avventurieri di Tlicalhua, Nahua si accorse che il silenzio della grotta era interrotto dall’incessante sgocciolio dell’acqua che, dalla punta di una stalattite, scivolava all’interno di una grande anfora di terracotta.

PLIN.


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La caverna dell’Eremita era un piccolo anfratto nella roccia largo quattro metri e profondo sei. Lungo la parete opposta all'entrata erano disposte due grandi giare ed i cocci di una terza.
Una delle giare era riempita d’acqua limpida che scolava dalla roccia stessa.

PLIN.

L’altra conteneva bacche, radici, erbe e pezzi di cactus. La terza anfora ridotta in pezzi, aveva sparso a terra il suo misterioso contenuto: un gran numero di pergamene di papiro sulle quali non c’era scritto niente. Nahua provò ad avvicinare la pergamena dell’eremita ad un’altra e osservò come l’inchiostro sembrava scolare da una superficie alla prossima, assumendo nel processo una scura tonalità di rosso.

Xoku era uscito fuori trascinando il corpo dell’Eremita. Stava sollevando alcune rocce per creare una specie di tumulo per la salma: quando Tepe vide che il lavoro lo stava stremando, andò ad aiutarlo.

“Viaggiare di giorno, sotto il sole del deserto… è un suicidio.” Disse Tepe, rivolto ad Ametl che stava ancora fissando la nube di polvere all’orizzonte. “La cosa migliore è tornarcene alla Fossa ed attendere il ritorno dell’Avatar. Dobbiamo informarlo di quello che abbiamo trovato e di chi abbiamo incontrato ed attendere il suo ordine successivo.”

Ametl sputò a terra. “Non ci penso neanche. Quelle nullità stavano per farmi fuori: per la fiamma di Anáhuac, giuro che scuoierò la pelle del loro capo e mi ci farò un paio di pantofole!”

“Ragiona un attimo: stanno correndo come dei forsennati in mezzo al deserto. Non andranno molto lontano; potremo ripercorrere le loro orme una volta tornati dalla capitale.”

“Prova a ragionare TU per una volta: se stanno fuggendo, lo stanno facendo verso un luogo sicuro. Se passeremo per la Fossa avranno modo di prepararsi o nascondersi. Senza contare che dovrei cercare orme nella sabbia: è già difficile farlo quando sono fresche, ti assicuro che è impossibile se faremo passare più di un paio di giorni. Non possiamo perdere questo vantaggio.”

Tepe era pensieroso. “È un rischio molto alto: se dovessero prenderci nuovamente di sorpresa, stavolta ci potrebbero sottrarre la pergamena. Tutto il nostro lavoro sarebbe vano, mettendo a repentaglio il futuro del regno oltre alle nostre vite.”

“Non le vostre.” Si intromise Nahua.

Tutti si voltarono verso di lei con sguardo interrogativo. L’improvvisa attenzione del gruppo la mise a disagio; abbasso lo sguardo e spiegò i suoi pensieri.

“Il predone per una volta ha detto qualcosa di intelligente: abbiamo un vantaggio verso i fuggitivi. Prima di tutto non si aspetteranno mai di essere inseguiti in pieno giorno nel mezzo del deserto. In secondo luogo perché più si avvicineranno al loro covo, più si sentiranno sicuri, e la sicurezza rende avventati.”

Nahua si avvicinò all'ingresso della caverna fissando anche lei l’orizzonte.

“Li seguiremo a distanza, senza palesare la nostra presenza. Quando arriveremo in vista del loro covo, voi resterete al sicuro con la pergamena, pronti a fuggire se le cose dovessero andare male. Mi infiltrerò io tra le loro fila.”

Xoku fece un urletto spaventato. “Nahua, QUESTO è un vero e proprio suicidio!”

“No: sarebbe un suicidio entrare con voi. Tra la tua sbadataggine, lo sferragliare dell’armatura del nostro devoto guerriero ed il fastidioso chiacchiericcio dello schiavista, vi si riesce a udire da miglia di distanza. Questo è il lavoro perfetto per qualcuno che sappia come nascondersi nelle ombre e muoversi in silenzio… un lavoro d’esplorazione e infiltrazione. Un lavoro da ladra.”

Ametl eruppe in una roca risata: “Una ladra? Così tu saresti una schiava ladra?”

Tepe borbottava pensieroso. “…in questa maniera la pergamena sarebbe al sicuro e potremmo comunque recuperare informazioni su questi misteriosi assalitori. Sei sicura di volerlo fare?”

Xoku strinse il braccio di Nahua con gli occhi lucidi: “Questo piano è folle, Nahua!”


Ancora una volta, come un fulmine a ciel sereno, di fronte a Nahua apparve l’illusione di quei profondi occhi neri e le sembrò di udire la voce di quel ragazzo, calda e rassicurante:

“È vero. Per questo sei qui con me”.


La ragazza scosse il capo violentemente per far sparire il ricordo; non era quello il momento per distrarsi, anche se non riuscì a far a meno di versare una singola lacrima dall'occhio destro.

Poi annuì solennemente. “Sono sicura.”

PLIN.

PLIN.

PLIN.

Il gruppo lasciò passare un’ora in modo di mettere della distanza tra loro ed i fuggitivi. Ne approfittarono per pulire ed affilare le armi, per fare scorta di acqua e fasciare le ferite.

Xoku si era chiuso in un silenzio imbronciato: pulì accuratamente la ferita al braccio di Ametl, applicò alcune erbe medicinali ed una stretta fasciatura, poi si allontanò sul fondo della caverna a pregare. Tepe era intento a studiare una mappa del deserto segnando con un carboncino alcuni luoghi lungo il percorso dei fuggitivi.

Nahua era intenta a leggere e rileggere le parole della pergamena, cercando di dare un senso a qualcosa che non ne aveva.

“L’immondo… imprigionato. Al risveglio… da lei indicato. Qualcosa o qualcuno sta tornando a Selenya, e non sembra avere buone intenzioni…” borbottò tra sé e sé.

Con un tonfo, Ametl si sedette pesantemente accanto alla ragazza porgendole una fiaschetta piena di un liquido di colore ambrato dal pungente odore di alcool. La giovane donna rifiutò con un infastidito cenno della mano.

“Non credo che scoprirai qualcosa leggendo quei versi deliranti” disse l’esperto predone, bevendo un sorso dalla fiaschetta.

“Non ho chiesto il tuo parere.” Rispose lei.

“Che c’è, non mi vuoi più bene? Eppure mi sembra di ricordare che poco fa, nel deserto, ti sei impegnata a salvar la pelle del vecchio Ametl. Forse vuoi qualcosa da lui? Qualche storia del passato? Dei soldi? Oppure cerchi il suo amore? Il vecchio Ametl ha tanto amore da dispensare, se è quello che cerchi.” Disse lui accennando a slacciarsi la fibbia della cintura.

Nahua era disgustata. “Tieni l’uccello nei pantaloni o te lo faccio ingoiare.”

L’uomo si avvicinò all’orecchio della giovane schiava: il suo alito era pesante e odorava di carne rancida e liquore di pessima qualità. “Amica mia, non credere che abbia cambiato la mia idea su di te solo perché abbiamo combattuto insieme sotto il sole del deserto. Conosco bene le troiette della tua risma: ti fanno gli occhi dolci, ti offrono da bere, ti salvano la vita e poi, quando meno te lo aspetti, ti ficcano un pugnale nella schiena. Non è quello che fate abitualmente voi ladri a chi ogni giorno sputa sangue per portare la pagnotta a casa? Non è forse quello che ogni schiavo desidera fare al proprio schiavista? Ti tengo d’occhio sgualdrina, non dimenticarlo.”

Detto questo, tirò fuori la lingua e le leccò la guancia.

Nahua si girò di scatto caricando una fulminea gomitata sullo zigomo del predone: lui bloccò il colpo con una mano e, con un balzo, si allontanò da lei lanciandole un bacio a distanza.

A scopo cautelativo, la ragazza consegnò la pergamena a Tepe e passò la successiva mezzora affilando i pugnali.

Il sole era già alto nel cielo quando i quattro inviati del Dragone si incamminarono per il deserto, seguendo le tracce dei loro assalitori. La luce mortifera dell’astro non perdonava i viaggiatori sprovveduti; ma loro indossavano vaporosi strati di stoffa color sabbia che li proteggevano dal caldo e che li aiutavano a mimetizzarsi tra le dune del deserto.

Ametl seguì le tracce come un segugio, facendo attenzione a mantenere una distanza di sicurezza, ma tenendo d’occhio la loro posizione oltre la linea dell’orizzonte. L’inseguimento durò tre giorni e due notti, passati senza accendere fuochi e facendo il meno rumore possibile.

Il primo pomeriggio del terzo giorno d’inseguimento, il deserto si fece più roccioso: si stavano avvicinando alla catena montuosa di Tepetl Ytzicotla.

Le montagne del sud ospitavano le vette più alte di tutta Tlicalhua: così alte che nemmeno il caldo torrido di quel paese poteva scioglierne le nevi perenni e così scoscese che era impossibile conquistarle senza l’aiuto della magia o di una cavalcatura adatta. La capitale del clan era famosa per addestrare un contingente di cavalieri che nessun regno di Selenya poteva vantare: i Cavalieri del Roc combattevano nell’aria sul dorso di giganteschi uccelli addestrati alla guerra.

Le impronte dei fuggitivi divennero sempre più difficili da seguire, ma l’esperienza di Ametl nella caccia all’uomo portò il gruppo, nel tardo pomeriggio, alle pendici delle montagne e tra le rovine di un’antica torre di guardia ormai caduta in disuso.

Legato ad un palo, un cammello stava placidamente brucando un rado cespuglio: incastrato in uno dei rovi di cui l’animale si stava nutrendo, Tepe trovò un piccolo pezzo di stoffa nera.

“Sono passati da qui.” Disse perentorio l’enorme guerriero.

Xoku cercò con lo sguardo tra i mattoni e la roccia. “Ma non possono essere spariti di punto in bianco… dove sono finiti?”

“Qui” disse Nahua, che si stava sporgendo da un piccolo pozzo di pietra poco distante. Una corda di canapa fissata ad una grossa roccia oscillava nell'oscurità dell’imboccatura.

“Auguratemi buona fortuna” disse la ragazza, calandosi il cappuccio sul volto e lanciandosi nell'ignoto.

Selenya: Le sei Ombre della Luna


Le Sei ombre della Luna - immagine di @armandosodano

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