La tappa nel male assoluto

in #ita4 years ago

Nel mio ultimo post avevo promesso di raccontare a parte la tappa più difficile del viaggio che ho fatto con la mia classe d'esame a Cracovia. Abbiamo dedicato una giornata intera, infatti, alle zone della città che ricordano la Shoah.

Poiché da Roma non era stato possibile prenotare l'ingresso, una mattina dunque abbiamo tentato la sorte per entrare alla fabbrica di Oskar Schindler, protagonista del film di Spielberg "The Schindler's List". Per raggiungerla, occorre lasciare il centro storico e attraversare il vicino ponte sulla Vistola che porta al Ghetto, ossia alla zona creata appositamente dai nazisti nel 1941 nel quartiere di Podgórze, per rinchiudervi gli ebrei dal vicino quartiere storico di Kazimierz.

Immagine di pubblico dominio


La fabbrica oggi è stata trasformata in museo, in cui si racconta la storia di Cracovia durante la seconda guerra mondiale e l'occupazione tedesca, oltre che la questione ebraica che l'ha interessata da vicino. Come è noto, in questo luogo lavorava tra gli altri un certo numero di ebrei alla fabbricazione di pentole e poi di munizioni che rifornivano le forze tedesche al fronte, motivo che il proprietario riuscì, non senza difficoltà, ad usare per ottenere che tutti i suoi operai e i suoi impiegati restassero operativi, scampando così allo sterminio. Loro e le loro famiglie.

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L'Arca dei Sopravvissuti, un cubo al centro dell'ufficio padronale, fatto delle pentole della fabbrica e contenente i 1200 nomi degli Schindlersjuden, "gli ebrei di Schindler"


All'uscita dal museo si passa inevitabilmente per un ambiente chiuso, in cui sono scritte in varie lingue parole tratte dalle testimonianze delle vittime e dei sopravvissuti, tra le quali due rotoli di un'altra Torah.



Torniamo verso il centro della città attraversando di nuovo la Vistola, perché ci aspetta il pullman che ci porterà ad Auschwitz-Birkenau.

Il tempo, bellissimo fino ad ora, si sta guastando e nuvole nere si addensano di lato, sopra le case. Ci affrettiamo a salire a bordo mentre iniziano a piovere le prime gocce e il vento improvviso dei temporali ci aggredisce freddo. Partiamo, in silenzio, ognuno coi suoi pensieri.

I miei mi dicono che era da tutta la mia vita consapevole che aspettavo di venire qui. Da quando, ragazzina, m’imbattei in un libro sul processo di Norimberga, come ho già detto in un altro post. Foto, descrizioni, racconti. L’orrore puro.

Cracovia è una perla, come avete visto, ma la vera meta del mio personale viaggio era Auschwitz. E anche i ragazzi, che all’inizio avevano borbottato perché era sfumata l’ipotesi di una città più glamour, poi hanno capito che in ogni momento e con chiunque si può andare a Berlino a Londra a Parigi, ma qui ha senso venire tutti insieme, con le valigie della scuola ancora aperte.

Sono riuscita a fotografare solo l’ingresso al campo di Auschwitz I, quello che tutti abbiamo visto, o crediamo di aver visto,

e quello di Auschwitz II, Birkenau, con i suoi binari e la sua rampa, oggi deserta ma su cui tra il 1941 e il 1945 transitavano anche 16.000, SEDICIMILA, persone al giorno, smistate verso destra o verso sinistra. Verso la morte immediata o verso un simulacro di vita, per lo più anticamera di una morte ancora più terrificante.

C’è tutto quello che mi aspettavo. C’è anche la famosa B rovesciata della scritta Arbeit macht frei, messa lì da Jan Liwacz, fabbro e prigioniero nr. 1010, in segno di inutile protesta per un senso rovesciato della realtà. Un po’ come l’INRI sulla Croce.

C’è tutto, ma in più c’è un’aria d’inizio primavera inaspettata e crudele, coi suoi boccioli e le sue betulle di verde nuovo. Ci sono i colori dei vestiti dei turisti, il loro brulichio vitale che mi dà come una vertigine. Il temporale iniziale, che ci ha accompagnato nel viaggio, mi sembrava creasse l’atmosfera più sensata e coerente, ma appena scesi il cielo ha iniziato ad aprirsi, tutto intorno era vita brulicante, decine di altri pullman, gruppi, guide, chioschi. Anche un ristorante.
Mi guardo intorno frastornata e, come se qualcuno stesse lì da decenni ad aspettarmi, penso "Eccomi, sono arrivata".

Nell'orrore si entra lentamente. E anche noi entriamo, in gruppo dietro molti altri gruppi, con macchine fotografiche e cellulari in mano, dopo aver lasciato borse e zaini per via dei rigidi controlli all’ingresso. Io penso di fare foto per documentare, per raccontare. Anche a voi, qui.

Ma non ci sono riuscita e, come me, non ci sono riusciti nemmeno i ragazzi.

Come puoi fotografare l’orrore?
Come puoi fotografare una piscina piena di stoviglie?
Come puoi fotografare una vasca piena di spazzole?
Come puoi fotografare un muro di valigie, ognuna con nome, data di nascita e città scritti sopra a vernice?
Come puoi fotografare un muro di scarpe, alto a destra e a sinistra, come il mare che Mosè aprì al passaggio degli ebrei in fuga dall’Egitto? Dov’era Mosè tra il 1941 e il 1945? Molti Mosè, e Isaac, e Abraham, e Samuel, ma anche Johann, e Kurt, e Aldo, e Mario, erano qui, al punto estremo della Storia e dell’umanità. I loro volti vennero fotografati dai nazisti all'inizio, a scopo d'inventario, e ora adornano i corridoi delle casette in mattoni rossi in cui dormivano accatastati gli uni sugli altri. C’era anche il francescano Maksymilian Kolbe, che salvò un padre di famiglia dal bunker della fame morendo al suo posto. Miracoli di santità nel buio di celle di un metro per un metro in cui i prigionieri dovevano stare anche in quattro.

Come puoi fotografare un cumulo altissimo fatto di capelli, una volta biondi, bruni, rossi e castani, oggi grigi e polverosi? Sapevate che con lunghi e morbidi capelli di donne e bambine si potevano tessere stoffe? Sapevate che alla liberazione del campo i sovietici ne trovarono sette tonnellate conservate in sacchi e sacchi pronti per essere venduti? Io no, non lo sapevo.

Ci sono molte immagini alle pareti, foto di repertorio fatte dai nazisti ancora convinti della loro vittoria e fatte dai sovietici dopo il 27 gennaio 1945. Ce n’è una che ritrae il medico nazista Hubert Zafke che, sulla rampa di arrivo dei treni, con la mano destra fa segno ad un anziano col bastone di accodarsi allo smistamento di altri prigionieri, tutti dai capelli bianchi, tutti insieme verso destra, verso le camere a gas. Ho visto i ragazzi guardare quell’anziano, quei capelli bianchi e commuoversi pensando alla fragilità e alla tenerezza dei nonni. Li ho visti immobili davanti all’enorme cumulo di scarpe di bambini, piccole e piccolissime. Ne ho visti alcuni fissare gli abitini nelle teche, una tutina all’uncinetto, una scamiciata a fiorellini, ne ho visti altri abbassare lo sguardo e proseguire sopraffatti.


Tutto è come era al momento della liberazione, ci dice la nostra bravissima guida. Infissi, vetri, la malta tra un mattone e l'altro, la vernice alle pareti, i cardini delle porte. Tutto. Anche il pavimento. Mi dà un'emozione fortissima guardare i miei piedi calzati con le mie scarpe preferite su quella stessa superficie su cui si trascinavano quelle creature scalze, ferite, perdute. Una ragazza, più tardi, mi dice la stessa cosa.

A Birkenau, La città delle betulle, il vero campo di sterminio del comprensorio di Auschwitz, la morte è in ogni foglia, in ogni grammo di terra su cui vennero sparse tutte le ceneri dei crematori. Anche se la maggioranza delle baracche di legno è stata distrutta dai nazisti negli ultimi giorni del campo, nella fretta di cancellare le tracce dell’orrore, qualcuna ancora esiste integra. Si trattava di strutture prefabbricate per costruire stalle per circa 70 cavalli (si vedono ancora gli anelli previsti per le cavezze), in cui tuttavia lì dormivano anche 700 uomini. Se quelli erano uomini, come si è chiesto Primo Levi.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.


Salvo dove diversamente indicato, tutte le foto sono miei scatti fatti con un iPhone 7 plus.

Sort:  

Mi hai fatto piangere...

Ti ringrazio.

Un posto che prima o poi visiterò. Mia moglie non è d'accordo ma voglio portarci i miei figli. La memoria è l'unico strumento che abbiamo per non dimenticare certe atrocità!
Un post molto toccante.

Non so che età abbiano i tuoi figli, ma non è un posto per bambini. Forse verso la fine delle medie si può iniziare un discorso che attecchisca oltre lo spavento delle immagini.
Grazie di aver letto e commentato.

Ogni commento è legittimo di fronte a questi fatti, purché sia fatto con la coscienza di trovarsi di fronte ad una delle più grandi catastrofi mondiali, quello che riuscirono a combinare e lo sterminio complessivo messo effettivamene in atto sono oltre ogni immaginazione, e la memoria va sempre rinfrescata, affinché queste cose non succedano più

A costo di essere noiosi e ripetitivi, sì.

Senza parole.

😶 Grazie per il post!

Grazie a te di aver letto e commentato.

Ciao pataxis
Le riflessioni su questo angolo di uomo e di momento storico atterriscono e d'altra parte ci fanno sperare di aver maturato una specie di anticorpo che non ci faccia più essere quel tipo di uomo. In nessuna parte del pianeta.
Speriamo che non sia solo una speranza
Ciao grazie del post.

Dopo quegli anni ci sono stati quelli della ex Jugoslavia e del Ruanda. Credo che abbiamo anticorpi ancora fragili, purtroppo.
Grazie a te di esserti fermato a leggere.

A 16 anni sono stata a Dachau, con gli scout, era un campo di una settimana a piedi e ci siamo arrivati camminando, con i nostri zaini in spalla. Ora, dopo più di 20 anni me lo ricordo come fosse ieri e ricordo quel dolore che mi ha travolta e mi è rimasto dentro. Ricordo il fruscio del vento tra i pioppi che sono cresciuti in quella terra e a distanza di anni piangono, non hanno mai smesso... Non dobbiamo dimenticare mai, grazie Pataxis per questo post e per aver portato i tuoi ragazzi.

Grazie a te del tuo commento empatico.

Se questo è un uomo mi strazia ogni volta. Bel post pataxis pieno di informazioni e di emozioni. Dovresti fare la professoressa. Secondo me i tuoi allievi e allieve ne trarrebbero giovamento profondo. 😊

Mo’ ce faccio ‘n penziero 😂